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Un drone sul Nepal. Storia di uno sguardo

I droni volano su Kahtmandu e non sono degli angeli. Più simili ad avvoltoi si aggirano su una superficie infranta e sbriciolata dal violento terremoto che ha colpito il Nepal lo scorso 25 Aprile.

Non c’è pilota a bordo del drone, che è un semplice computer con le ali, ed è la tenerezza che viene a mancare, quella di uno sguardo umano che rivesta di compassione quelle strade sminuzzate e le case decapitate.

Le immagini che il drone cattura sono di una rarefatta bellezza: la parte più alta della capitale, con le sue guglie medievali, i palazzi cromatici e le strade circolari, somiglia a un carosello, una di quelle giostre ruotanti con carrozze e cavalli, di qualche fiera del passato.

Ma non oggi gira più nulla e tutte le vetture laccate sono spezzate: la fiera è inanimata, d’improvviso ha smesso di respirare, insieme alle sue carrozze e alle sue movenze di ballerina meccanica.

Se anche il drone, come ogni spia, ha la sua deontologia, sarebbe questa: guardare senza essere visto, almeno per evitare la manomissione della dignità, la messa in obliquo di ogni pudore, quando si parla di dolore.

E invece il drone viene avvistato, in ogni parte della regione, in ogni momento del giorno, e la sua presenza diventa come quella di un avvoltoio affamato di cadaveri e dei loro beni.

Si avesse almeno rispetto del cielo, dicono quelli che gridano contro i droni, per la sua trascendenza, almeno per il cielo rimasto finora immune dalla scossa, perché al cielo non interessa affatto lo scontro fra placche.

Circa ottomila i morti, vittime del conflitto tra India e Eurasia, e detto così pare che la geologia abbia ceduto il passo alla mitologia, e che il sollevamento della catena montuosa dell’Himalaya, con una scossa di magnitudo 7.8, sia solo una specie di increspatura d’umore dovuta all’ira degli dèi.

E motivi per essere irati, in Nepal, forse gli dèi ne hanno veramente molti.

E così la faglia non ha resistito, dicono gli esperti, alla tentazione di ristabilire un equilibrio geologico, in quel “gap sismico” che sembra essere proprio la regione del Nepal.

Un equilibrio forse da realizzare ben oltre la faccenda delle placche, perché il conflitto non è solo roba da sottosuolo ma anche e tanto più di superfici sociali.

Tra il Nepal delle Montagne, scalato da turisti ardimentosi, appassionati di trekking e speleologi, e il Nepal dai colori forti dei centri medievali e dei siti Unesco ridotti in macerie, tra il Nepal dei templi che resistono alla storia ma si inginocchiano dinanzi alla natura e il Nepal delle gole e degli scenari naturali tra i più belli al mondo, tra il Nepal del turismo alla ricerca del suo essere responsabile e il Nepal dei poverissimi, dove quasi un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e occupa il 99° posto su 135 nell'Indice di povertà.

E la faglia non ha resistito, dinanzi alla malnutrizione e al degrado ambientale dovuta alla deforestazione e alla carenza d’acqua. La terra ha tremato e si è squarciata per riprendersi i figli prima che se li prendesse la contraddizione che lacera ogni paese decolonizzato e ancorato alla logica del profitto e del turismo occidentale.

E mentre qualcuno riappare ancora dal sottosuolo, come se fossero epifanie natalizie, uomini, donne, e persino neonati, calati nella polvere come panni nella calce ed estratti con la sorpresa e la gioia tipica dei ritrovamenti energetici, il drone silenzioso si mette a spiare altre scene, e altre vittime di un terremoto morale che produce scosse senza assestamento. Perché quando un paese muore, può morire due volte.

Dopo la questione dei rifornimenti bloccati o dirottati, dopo l’emergenza epidemie, il drone denuncia senza retorica e lancia l’allarme del pericolo reale della prostituzione e dell’adescamento di giovani donne ad opera dei trafficanti che si fingono soccorritori al passaggio della frontiera. Il fenomeno è del resto molto diffuso sia a causa di un’ancestrale condizione culturale sia a causa della globalizzazione del turismo che risale all’epoca della dinastia Rana, quando la corte, in ossequio al governo britannico secondo i dettami di una politica filoccidentale, cedeva come bambole le sue ragazze nepalesi.

La donna, in Nepal, è ingoiata dall’uomo e dalle violenze private, domestiche e sociali. Il terremoto, come qualunque altra calamità naturale, non rigenera un equilibrio infranto, bensì acuisce lo strappo, rendendo i più deboli di una società le prime carcasse su cui far precipitare droni e avvoltoi, esasperando una violenza di genere, che innanzitutto è conflitto tra la metafisica ascetica del silenzio asiatico e la multiversa chiacchiera del caos occidentale. Eppure, mentre il drone continua il suo volo non deontologico e rinuncia a deporre qualunque sguardo di tenerezza sulla tragedia, compare l’ultima persona estratta vita, sopravvissuta dopo ben 128 ore di sepoltura sotto le macerie; è proprio una donna di 24 anni, una bambola nepalese, oggi rimasta senza giostra né carosello, mentre statue acefale spezzate sono cadute tra le pietre e i templi antichi sono crollati, a rialzarsi ancora, dignitosa e bellissima nel suo manto di stelle di polvere e fango.

A dire che, quando anche gli dèi lottano e le placche si scontrano, a portare avanti la storia, resta sempre una donna.

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