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Le vampire del mondo antico

La cultura mediterranea, il mondo greco e latino in particolare, colloca l’immagine dell’essere che si nutre del corpo o del sangue altrui nella figura femminile

10 Mar 2015 0 comment   Feronia

e ciò non deve meravigliare, dato il carattere di estraneità e di “stranezza” dell’immagine del vampiro. Forse ciò che fa attribuire a una donna il vampirismo è il considerare quest’ultimo fuori dall’umanità, meglio “sopra” l’umanità comune.

 

Nella cultura  classica, nonostante esperienze di matriarcato di alcune comunità, il mondo vissuto è distintamente suddiviso in categorie che si possono far confluire in due grandi ambiti, gli affari e i sentimenti, i primi rappresentati dal maschio e legato al mondo del potere, i secondi attribuiti alla femmina  e, come questa, posti  in rilevo secondario. Ogni  dramma classico nasce da un conflitto in cui si evidenziano tali ambiti, che possono poi essere considerati anche nelle loro sottoclassi: morte/vita, guerra/pace, valore/amore, compagno/straniero. Così si definisce la struttura sociale del mondo antico, struttura rispecchiata catarticamente in quella della tragedia classica. Quando però accade che la figura femminile si carica per qualche motivo di un potere straordinario conferitole dagli altri sulla base di conoscenze che superano i confini della struttura originaria, allora tale potere viene avvertito come sovvertitore della struttura stessa e perciò bandito. L’ostracismo si può manifestare in due modi: la donna è cacciata dalla comunità oppure il suo potere deve essere demonizzato, manifestato come male. Nel mondo latino come in quello greco, la donna ha poteri eccezionali soprattutto nell’ambito della salute e in particolar modo dei bambini, in ciò che concerne i rituali del sangue, la donna capace di dare vita può anche toglierla, e questo è un potere “spaventoso” che ha avuto bisogno sempre  di “punizioni” e che tra l’altro viene costruito allo scopo  di elaborare una figura femminile degenerata e degenere, sulla base di un procedimento di inversione simbolica.

La figura femminile antesignana del vampiro nel mondo greco è l’Empusa, che in alcuni autori viene indicata come sinonimo di Lamia, sebbene in realtà si tratti di due distinte figure mitologiche.  Empusa, probabilmente participio del verbo empodizo, “colei che è ostacolata”(in riferimento al piede di bronzo), è una delle serve di Ecate, dette anche “cagne nere, il nome greco della mesopotamica Lilith, custode dei segreti della magia (in palestina le Empuse erano chiamate Lilim); «i sozzi demoni chiamati Empuse, figlie di Ecate, hanno natiche d’asino e calzano pianelle di bronzo, a meno che, come taluni vogliono, esse abbiano una gamba d’asino e una gamba di bronzo. È loro costume terrorizzare i viandanti, ma si può scacciarle prorompendo in insulti, poiché all’udirli esse fuggono con alte strida. Le Empuse assumono l’aspetto di cagne, di vacche o di belle fanciulle e, in quest’ultima forma si giacciono con gli uomini la notte o durante la siesta pomeridiana e succhiano le loro forze vitali portandoli alla morte» (Robert Graves, I Miti Greci, Longanesi, p. 170).

Lamia, spesso sinonimo di Empusa, è una figura mitologica distinta da questa, in quanto  Lamia era figlia del  re di Libia, Belo, amata da Zeus al quale diede numerosi figli che Era, gelosa del marito, fece morire strangolati. Lamia allora si nascose in una caverna e diventò un mostro orribile(carattere della metamorfosi), gelosa delle madri più felici di lei di cui spiava i figli per rapirli. Il racconto più frequentemente citato è quello fatto dal retore greco Flavio Filostrato(II – III sec. d.C.) nella sua “Vita di Apollonio da Tiana”: una leggiadra fanciulla fa innamorare di sé il giovane Menippo, al punto che costui dopo pochi incontri desidera ardentemente sposarla; il giovane, nel suo ardente desiderio indotto, non riesce a cogliere e vedere ciò che il suo amico Apollonio, non succube della bella fanciulla, comprende per speciale intuito e conoscenza. Filostrato usa qui il termine Lamìa o Larva per definire la fanciulla che ha ingannato il suo amico Menippo con la magia amorosa; ma vale la pena leggere il brano relativo, tratto dal testo: Vita di Apollonio Tianeo, Libro IV-XXV, in Le opere dei due Filostrati, volgarizzate da V. Lancetti, edizione 1828. “(…..)Menippo di Licia di venticinque anni, di nobile ingegno, e benissimo disposto nel corpo(….). Credevasi da molti che Menippo fosse amato da una giovane forestiera, la quale appariva di vaga forma e delicata, e diceva di essere ricchissima. Ma nulla di tutto ciò era vero, anzi era tutta impostura. Andando egli soletto un giorno per la via che mena a Cenicrea, gli si fece incontro uno spettro in figura di donna, e presolo per mano gli disse ch’ella da gran tempo l’amava(…)E se a me tu verrai la sera, soggiungeva, mi udirai cantare e un vino berrai, che mai bevesti l’uguale
(…). Sedotto da tai parole il giovine, che ben valeva in ogni altra parte della filosofia, ma in materia d’amore era fragile, andò la sera a trovarla, e continuò poscia a frequentarla assiduamente, ponendo in essa ogni sua delizia, né mai sospettando ch’ella fosse una Larva. Ma Apollonio(…….)gli disse:”O bel giovine, e da belle donne desiderato, tu un serpente nudrisci, e un serpente nudrisce te.(…)Tu hai una donna con la quale non è possibile che ti congiunga in matrimonio. E credi di essere da quella amato?” “Sì, per Giove,- rispose egli – e quanto ardentemente ella mi ama”. Aspettando pertanto Apollonio il dì del convito, e intervenutovi egli dopo gli altri convitati:”Dov’è – disse – quella signorina, a cagion della quale si fece questo pranzo?”. “Ella è qui”, -rispose Menippo.”E quest’argento e quest’oro….son essi vostri?” “Son della donna” rispose. E, di nuovo: “Vedeste voi gli orti di Tantalo, i quali sono e non sono?(…..) Tali fate conto che sieno questi apparati, i quali non sono altrimenti reali, ma soltanto apparenti; e perché veggiate essere la verità ciò che io dico, sappiate che questa buona sposa è una strega di quelle che volgarmente Lamìe o Larve si chiamano, le quali sogliono essere ingorde di piaceri, non solo, ma di carni, e allettano coi stimoli di Venere coloro che bramano divorare”(………). Confessò ch’ella era una strega, e voleva saziar ne’ piaceri Menippo per divorar poscia il suo corpo, essendo accostumata pascersi di belli e giovenili corpi i più abbondanti di sangue.
 E’ evidente nel racconto di Filostrato lo schema che conosciamo di storie di vampire: l’aspetto vago e delicato della fanciulla, la fragilità in amore del giovane, l’apparenza, la presenza di qualcuno(in questo caso è l'amico Apollonio) che, fuori dal gioco di seduzione, coglie l’essenza e scopre il misfatto salvando Menippo, infine la sete di sangue.

Della struttura sociale relativa al rapporto tra i sessi nel mondo classico si evidenzia, come ho detto, un aspetto che ha poi condizionato l’evoluzione dei secoli successivi: la demonizzazione della donna che vive fuori dagli schemi, il suo allontanamento dalla società civile. Per Filostrato dunque l’Empusa è una donna morta prematuramente che torna alla vita per godere di quanto le è stato tolto anzitempo(su questa linea si muovono  alcune figure di vampire nei secoli successivi, ad esempio quella di Carmilla di Le Fanu), manca il gesto di succhiare  sangue che caratterizza invece i moderni vampiri e le Striges latine, sebbene la simbologia del sangue come liquido vitale e rituale sia presente sia in Grecia che a Roma. Altre figure di rilievo minore nella mitologia greca sono le Kéres, di cui troviamo notizia in Esiodo: non c’è accordo tra gli studiosi e filologi circa l’origine e il significato del nome, tuttavia sembra si tratti di anime dei defunti che tornavano sulla terra in occasione della festa in onore di Dioniso. Anche in questo caso non si parla di attività collegate al succhiare il sangue. Nel mondo latino delle Striges invece questo aspetto è messo in evidenza dagli autori. Strix è appunto l’origine del termine Strega, e identifica un grosso uccello rapace notturno che uccide bambini sgozzandoli e ne beve il sangue; pare che il carattere femminile di tali figure fosse determinato dal fatto che alcuni autori latini gli attribuiscano la caratteristica femminile delle mammelle con cui avvelenano i bambini allattandoli. Inoltre anche in questo caso, come spesso accade nella mitologia “vampirica” antica, si verifica probabilmente una metamorfosi da donna a uccello. Dice Ovidio,FASTORUM LIBER SEXTVS,vv.131-144 Sunt avidae volucres; non quae Phineia mensis Guttura fraudabant; sed genus inde trahunt. Grande caput, stantes oculi, rostra apta rapinis, Canities pennis, unguibus hamus inest. Nocte volant, puerosque petunt nutricis egentes;Et vitiant cunis corpora rapta suis. Carpere dicuntur lactentia viscera rostris; Et plenum poto sanguine guttur habent. Est illis strigibus nomen: sed nominis huius Causa, quod horrenda stridere nocte solent. Sive igitur nascuntur aves, seu carmine fiunt;     Vi sono ingordi uccelli, non quelli che rubavano il cibo dalla bocca di Fineo, tuttavia da essi deriva la loro specie: hanno grossa testa, occhi sbarrati, rostri adatti alla rapina, penne grigiastre, unghie unculate; volano di notte e cercano neonati che non hanno accanto la nutrice, straziano i loro corpi rapiti dalle culle; si dice che coi rostri strappino le viscere dei lattanti, e bevano il loro sangue riempendosi il gozzo. Hanno il nome di Strigi: origine di questo appellativo è il fatto che di notte sogliono stridere orrendamente. Sia che nascano dunque uccelli, sia che lo diventino per fato. Non di uccelli ma di Lamie parla Apuleio ne “Le Metamorfosi”. Una giovane donna di Ipata (città della Tassaglia) per essere stata sedotta e ingannata da un certo Socrate (amico del narratore Aristomene), con la complicità della  sorella, si vendica terribilmente, uccidendo durante la notte il seduttore in presenza appunto dell’amico Aristomene che può raccontare l’accaduto, squarciandogli con una spada (o più verosimilmente con un pugnale) il collo, da cui fa fuoriuscire tutto il sangue, raccolto in un otre probabilmente per essere poi bevuto. Le due donne sono infatti presentate come due Lamie, che entrano nella stanza di Socrate, nonostante la porta sia stata sbarrata dal di dentro. L’indomani il terrorizzato Aristomene, testimone di questa orrifica scena, con grande meraviglia vede che Socrate è vivo,anche se non per molto. Appena i due amici si allontano dalla città e Socrate si appresta a dissetarsi ad un ruscello, la ferita del collo si apre e Socrate muore mentre Aristomane si preoccupa di dargli sepoltura. Ad haec Meroe – sic enim reapse nomen eius tunc fabulis Socratis convenire sentiebam – :”Immo” ait “supersit hic saltem qui miselli huius corpus parvo contumulet humo,” et capite Socratis in alterum dimoto latus per iugulum sinistrum capulo tenus gladium totum ei demergit et sanguinis eruptione utriculo admoto excipit diligenter, ut nulla stilla compareret usquam. Haec ego meis oculis aspexi. Nam etiam, ne quid demutaret, credo, a victimae religione, immissa dextera per vulnus illud ad viscera penitus cor miseri contubernalis mei Meroe bona scrutata protulit, cum ille impetu teli praesecata gula vocem immo stridorem incertum per vulnus effunderet et spiritum rebulliret.(APVLEI METAMORPHOSEON LIBER I,13). «No,’ disse Meroe (in base al racconto di Socrate, questo nome le si addiceva proprio), ‘che resti vivo lui, così che possa gettare un po’ di terra sul corpo di questo miserabile’ e,  rovesciata la testa di Socrate da un lato, gli  immerse    interamente la   spada nel collo;  poi raccolse diligentemente il sangue che sgorgava a fiotti in un piccolo otre accostato alla ferita, affinchè non ne andasse perduta neppure una goccia. Con  i miei occhi vidi questa scena. Poi la buona Meroe, per non venir meno, credo, al rituale di un sacrificio, affondata  la mano in quella ferita frugando fino alle viscere  trasse fuori il cuore di quel povero amico mio che, dalla gola tutta squarciata per la   violenza del colpo, ancora emetteva una voce, un sibilo incerto, un gorgoglio”. Anche nel testo di Apuleio possiamo trovar conferma di quanto affermavo all’inizio, e cioè della demonizzazione della figura femminile che detiene un qualche potere, la qual cosa la rende pericolosa  per la struttura sociale. Prima del fattaccio Socrate racconta all’amico Aristomene come ha conosciuto Meroe, la donna che poi lo ucciderà, e la descrive come maga, indovina, paragonandola a quella Medea  che la tradizione euripidea ci ha tramandato come feroce omicida e infanticida, punita in questo modo per il suo “sapere” e “potere” taumaturgico oltre che per il suo status di “straniera”. Dice Socrate: “Saga” inquit “et divina, potens caelum deponere, terram suspendere, fontes durare, montes diluere, manes sublimare, deos infimare, sidera exstinguere, Tartarum ipsum inluminare.” “‘È una maga, un’indovina’ disse ‘in grado di tirar giù il cielo e di sollevare la terra, di pietrificare le fonti  e liquefare le montagne, di riportare alla luce gli dei degl’inferi e tirar giù quelli del cielo, di spegnere le stelle, di illuminare perfino il Tartaro.’,”(…). Quae cum subinde ac multi nocerentur, publicitus indignatio percrebuit statutumque ut in eam die altera severissime saxorum iaculationibus vindicaretur. Quod consilium virtutibus cantionum antevortit et ut illa Medea unius dieculae a Creone impetratis indutiis totam eius domum filiamque cum ipso sene flammis coronalibus deusserat. Avendo recato danno a queste e a tante altre persone, l’indignazione popolare crebbe molto e un giorno fu deciso con molta severità che fosse condannata alla lapidazione. Ma lei con le sue arti magiche prevenne la  sentenza; come la famosa Medea che, chiesto e avuto da Creonte un solo  giorno di dilazione, con la fiamma sprigionata da una corona magica mise   a fuoco tutta la sua reggia con dentro lui stesso e la figlia.”

Quello che accade alle donne colte o “sapienti” nei secoli successivi è cosa nota, …….Medea, Cassandra, Empusa, Strix, Lamia, Meroe…questi alcuni dei loro nomi.


Nota: le traduzioni dei testi latini riportati sono di Gina Sfera.

 

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